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  ilsignoredeglianelli [ Israele. Un nome, una terra, un popolo, una fede, una Legge, una lingua, una civiltà, uno Stato. Un simbolo tra le nazioni. ]
         














Cosa è accaduto realmente


  
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In memoria delle 2793 vittime dell'11 settembre 2001

 
     
               

 
“Splende il sole, il cielo è azzurro intenso, soffia un venticello meraviglioso e vorrei tanto …vorrei…tutto… Parlare, essere libera, avere amici, essere sola.”
Anne Frank, 12 febbraio 1944

L’Albero di Anne Frank                                                  
Fiamma Nirenstein:
"La parola d'ordine degli ebrei dovrebbe essere «orgoglio ebraico», nel senso dell'orgoglio per la nostra storia e identità nazionale, ovunque ci troviamo.Orgoglio ebraico significa che dobbiamo rivendicare l'identità unitaria del popolo ebraico e il suo diritto di esistere. Dobbiamo agire come se esso non fosse mai stato riconosciuto, perché oggi, ancora una volta, non viene riconosciuto. Nel difendere questa identità dobbiamo essere, come dice Hillel Halkin, duri quanto possibile e liberali come nessun altro. Non c'è destra. Non c'è sinistra. Non concederemo alla sinistra il potere di decidere dove dobbiamo stare. Saremo noi stessi a decidere le nostre alleanze secondo le autentiche posizioni dei nostri potenziali patner"

...Mosè li mandò ad esplorare la terra di Canaan e quando tornarono essi dissero: " ...esso è davvero un paese stillante latte e miele ... esso è un paese che divora i propri abitanti.."
        
Numeri 13,27-32 


"...Kol od balevav p'nimah Nefesh Yehudi homiyah Ulfa'atey mizrach kadimah Ayin l'tzion tzofiyah Od lo avdah tikvatenu Hatikvah bat shnot alpayim L'hiyot am chofshi b'artzenu Eretz Tzion v'Yerushalayim."

"...Fintanto che nell'intimo del cuore freme l'anima ebraica e l'occhio guarda a Sion, là nell'oriente lontano. Non è ancora perduta la nostra speranza,la speranza, due volte millenaria di essere un popolo libero nella nostra terra la terra di Sion e Gerusalemme."

Gli ebrei nella storia
Gli Ebrei e i pregiudizi
 

Martin Luther King: «Dite che non odiate gli ebrei e che siete solo antisionisti. E io rispondo, dite la verità: quando la gente attacca i sionisti, intende gli ebrei. Cos'è l'antisionismo? E' negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che, giustamente, vogliamo veder riconosciuto ai popoli dell'Africa e di tutto il mondo».

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31 dicembre 2009

Cartoline da Eurabia di Ugo Volli: Bilancio di fine anno

Cari amici, è l'ultimo dell'anno ("commerciale", come dicevano i vecchi ebrei una volta). Comunque tempo di bilanci e di speranze. Il bilancio per Israele è complessivamente buono:

1. Un anno fa c'era la guerra a Gaza. Israele non aveva contro solo i terroristi di Hamas armati dall'Iran, ma anche tutta l'opinione pubblica mondiale. La guerra è stata vinta, anche se si è sviluppata per forza in maniera limitata, evitando di mirare alla conquista delle città con i centri di comando di Hamas (figuratevi le proteste se si fosse combattuto davvero fra le case, dove si annidavano i capi terroristi). Che sia stata vinta lo dimostra il fatto che da allora sono diminuiti moltissimo i lanci di razzi da Gaza sul territorio israeliano. Com'era stata vinta del resto anche quella di due anni prima nel Sud del Libano. Hamas e Hezbullah provocano, ma è evidente che non vogliono più per ora la guerra con Israele, ne hanno avuto abbastanza.

2. Se non vinta, almeno neutralizzata per il momento è anche la campagna legale di delegittimazione. Nonostante il volonteroso contributo di gente come il giudice Goldstone e il grande impegno della stampa mondiale, dei giuristi e accademici "progressisti" e dei boicottatori di Israele, non è stata sancita per Israele quella condizione di "stato-paria" che essi vorrebbero stabilire. Certo, la questione resta aperta, accademici, giudici, giornalisti e governanti hanno un' evidente volontà di fare il possibile per danneggiare il più possibile Israele, ma i loro risultati sono scarsi.

3. Un anno fa Israele era governata da un primo ministro indagato per corruzione e dimissionario di fronte al parlamento, che sentiva la forte tentazione – diciamo così – di rifarsi l'immagine cedendo su tutti i fronti nella trattativa diplomatica, in modo da firmare un accordo qualunque e entrare nella storia. Oggi ha un governo assai più efficiente e deciso sui temi fondamentali, nonostante le delegittimazioni della stampa internazionale e dei paesi arabi. Un governo abbastanza flessibile sul piano tattico per reggere la difficile situazione diplomatica in cui si trova. Netanyahu ha dimostrato di essere un grande politico, mentre si sono visti tutti i limiti della sua concorrente Tzipi Livni.

4. Il merito principale di Netanyahu è stato di disinnescare (per il momento) l'ideologia anti-israeliana di Obama, senza rompere con l'alleato americano. Con un'accorta mescolanza di concessioni e irrigidimenti, Netanyahu è riuscito a far capire all'amministrazione americana che il problema non sono le costruzioni nei sobborghi di Gerusalemme, ma il rifiuto del mondo arabo e in particolare dei palestinesi di accettare Israele come stato ebraico. Al di là delle polemiche verbali, lo stato quo ha retto, anche con l'Autorità Palestinese

5. Israele ha superato bene, meglio dell'Europa e molto meglio dell'Italia la crisi economica.

Questo è il lato positivo della situazione. Quello negativo è che

1. Europa, amministrazione americana, per non parlare dei paesi arabi e del terzo mondo, nutrono pregiudizi e avversione per Israele. La situazione diplomatica continua ad essere difficilissima. L'opinione pubblica è fortemente influenzata da una stampa ormai quasi tutta anti-israeliana, la guerra legale continua.

2. Hamas, Hezbullah e gruppuscoli terroristi palestinesi continuano ad accumulare armi e risentimento, in attesa di un'esplosione che prima o poi verrà. Inutile dire che sono appoggiati da tutto il terrorismo internazionale

3. Shalit è sempre nelle mani dei terroristi di Hamas. E' vero che questi non hanno avuto il loro riscatto, che li rafforzerebbe molto, ma resta il caso di un ragazzo rapito da quasi quattro anni, che Israele non riesce a riportare a casa.

4. Last but not least, l'Iran continua a preparare l'atomica. Se qualcuno, come quel Cohen che scrive per il New York Times, ha coltivato l'anno scorso l'idea che gli ayatollah siano ragionevoli, nelle ultime settimane di repressione interna dovrebbe essergli passata. Resta il fatto che bisogna fermare l'Iran prima che disponga dell'arma nucleare e magari la usi. L'anno che si apre è probabilmente l'ultima occasione. Il che significa che nei prossimi mesi, se la dirigenza iraniana non sarà rovesciata, c'è la scelta terribile fra una guerra con l'Iran e la sua aperta minaccia atomica.

Come vedete, non è facile far gli auguri a Israele: meglio la guerra da soli con la testa del serpente, o il serpente armato di bomba atomica? Meglio Shalit prigioniero o un migliaio di terroristi liberi e pronti a ricominciare? Io un augurio ce l'ho, anzi un paio. Spero che per il nuovo anno "commerciale" la società israeliana sappia trovare dentro di sé la determinazione per continuare a lottare per la propria sopravvivenza come ha fatto quest'anno (sembra facile dirlo, ma non lo è farlo – e Israele e il mondo ebraico non mancano di eurarabi ad honorem, disfattisti e rinnegati che indicano la via della resa e del suicidio). Spero che l'Occidente e soprattutto l'America (dato che l'Europa si è da tempo condannata all'insignificanza quasi totale) rinsavisca e capisca di nuovo che fra il Giordano e il Mediterraneo non si gioca solo una delle ricorrenti lotte del popolo ebraico per non essere annichilito, ma anche il destino dell'Occidente. A tutti noi auguro di continuare la giusta battaglia che Informazione Corretta con i suoi amici conduce per questo fine.

Ugo Volli




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24 novembre 2009

"La Maschera di Israele"

Così Gerusalemme comincia a difendersi
La distribuzione delle maschera antigas precede eventuali attacchi atomici, batteriologici e chimici
Nel 1991, mentre Saddam Hussein bombardava Tel Aviv con i missili scud, l’allora viceministro degli Esteri israeliano, Benjamin Netanyahu, compariva sulla Cnn con una maschera antigas. Ora Netanyahu, primo ministro dello stato ebraico, si appresta a lanciare la più vasta distribuzione di maschere antigas a tutta la popolazione israeliana. Non accadeva dalla prima guerra del Golfo. La distribuzione di nuove maschere antigas fa parte del piano di autodifesa del “fronte interno” in caso di attacco iraniano. Da due anni Israele è impegnato a ritirare le maschere obsolete che non sono più in grado di proteggere dai nuovi veleni. In ogni casa israeliana si conservano sempre maschere antigas dentro a brutte scatole di cartone color caki. Generalmente nella stanza meno visibile, come a voler esorcizzare il pericolo. Israele deve ora fare di nuovo i conti con l’incubo di una guerra non convenzionale. “Abc” è come viene indicata la nuova maschera, perché deve far fronte ad attacchi atomici, batteriologici e chimici. Nei forum su Internet circolano già domande simili: “Ma questa maschera starà alla mia bambina di sette anni?”. Israele è l’unico paese dopo la Seconda guerra mondiale che deve proteggere in massa i propri cittadini.

L’Home Front Command, il dipartimento dell’esercito che si occupa della popolazione civile, originariamente voluto da David Ben Gurion per rispondere agli attacchi egiziani, inizierà a distribuire le maschere a partire dalle zone maggiormente a rischio. Non si conosce la reale portata della “biologia nera” nelle mani dei mullah iraniani, dei quali è nota invece la bramosia atomica. Di certo però Teheran possiede la tecnologia missilistica in grado di colpire Israele. Nel settembre di due anni fa, un team misto siriano e iraniano perse numerosi ingegneri e ufficiali nell’esplosione in Siria di una testata che conteneva agenti chimici patogeni, fra cui il “VX”, il gas sarin che brucia la pelle e soffoca. Dany Shoham del Besa center for strategic studies, fra i massimi esperti israeliani di armi non convenzionali, giudica realistico un attacco biochimico iraniano combinato ad azioni terroristiche di Hamas e Hezbollah. Il capo dell’intelligence militare israeliana, il generale Amos Yadlin, ha appena annunciato che Hamas ha testato con successo un missile iraniano con una gittata di sessanta chilometri da Gaza. Può colpire Tel Aviv.

Nel 1991 le maschere antigas furono indossate dagli israeliani per andare al lavoro e a scuola. Ancora si ricordano le immagini di genitori con la maschera e che all’interno di una stanza sigillata leggevano fiabe al figlio con in testa una specie di casco da astronauta per proteggerlo dai gas nervini. L’Home Front Command seguirà la mappa delle aree più a rischio per distribuire le maschere. Gli abitanti di Kiryat Shmona e delle alture del Golan devono poter trovare un rifugio “immediatamente”, essendo a tiro di Hezbollah e della Siria. A loro andrà quindi la precedenza.    

Lo scorso marzo, otto terroristi di Hezbollah sono morti in una fattoria libanese a seguito delle lesioni riportate dopo il contatto con un gas nordcoreano. In caso d’attacco chimico, gli israeliani di Haifa avrebbero un minuto di tempo per cercare un rifugio, quelli di Tel Aviv due, a Gerusalemme tre. Le città del sud, da Sderot a Beersheba, hanno quindici secondi. Anche loro sono in “zona rossa”. Dopo il lancio di missili iracheni nel 1991, una legge israeliana aveva cercato di far dotare le abitazioni di una “stanza antipanico”, un luogo dentro alla casa al sicuro da attacchi chimici e sigillato da teli di plastica. Ma gli interventi risultarono troppo costosi. E così pochissime famiglie hanno provveduto.
Nel nuovo kit contro il gas, stavolta gli israeliani non troveranno la siringa d’atropina che hanno conosciuto nel kit del 1991.

Questione di costi, non di scarsa utilità.
L’atropina ha una vita media di cinque anni, dopo di che va sostituita. Nell’ultimo anno Israele ha già speso un’eresia per prepararsi al peggio, dirottando milioni di euro dall’addestramento di truppe verso la difesa della popolazione, in particolare per l’acquisto di maschere antigas. Tre mesi fa, per la prima volta nella storia d’Israele, tutta la popolazione ha preso parte a un’esercitazione di massa. E a metà gennaio l’Home Front Command ospiterà una grande conferenza internazionale sulla medicina d’emergenza, mentre su Internet spiega come trattare i sintomi di queste armi alle vie respiratorie, al sistema nervoso e alla pelle.

La prima difesa contro Teheran e i suoi ascari, Hamas ed Hezbollah, resta il micidiale sistema antimissile israeliano Arrow 2. Nel frattempo sarà lanciato un nuovo sistema di allarme. Creato dalla compagnia high-tech “eVigilo”, il sistema dovrà avvertire simultaneamente gli israeliani via telefono cellulare, radio, sirena e televisione. Anche tutti i computer connessi alla rete riceveranno all’improvviso un pop-up, un banner d’avviso, in caso di attacco. Per creare un rifugio nelle pareti domestiche, si deve scegliere la zona più interna della casa, stanze senza finestre e senza porte con l’esterno. Tra un mese Israele simulerà un gigantesco attacco biochimico. L’esercitazione, anche questo un fatto senza precedenti, è condotta dalla National Emergency Authority, l’ente nato dopo la seconda guerra del Libano e anche noto con il nome della matriarca biblica “Rachele”. D’altronde il motto dell’Home Front Command, una frase dell’ex primo ministro David Ben Gurion, sta lì a ricordarci che in Israele “tutto il popolo è l’esercito, tutta la terra è il fronte”. 

di Giulio Meotti




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30 ottobre 2009

Non smetteremo di danzare

«Giulio Meotti ci ha dato una commovente opera di cordoglio in memoria delle innumerevoli vittime della nuova ondata di antisemitismo. Lasciateci sperare che questo libro risvegli gli europei sui loro doveri verso gli ebrei, la cui veglia lungo i secoli è stata un esempio per tutti noi.» Roger Scruton.

Con un atto di accusa verso la politica europea degli ultimi anni, acriticamente favorevole alle ragioni dei palestinesi, il lavoro di Giulio Meotti (“Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri d'Israele”, Lindau, Torino, 2009) intende denunciare la cattiva coscienza dell’Occidente che ha rimosso il destino e persino il nome di migliaia di israeliani assassinati negli ultimi decenni di campagne terroristiche, e al contempo raccontare la tragedia del Medio Oriente da una prospettiva insolita ma significativa, in cui convivono la storia e la cronaca, la dimensione pubblica della testimonianza e quella privata del ricordo e del dolore.
“Non smetteremo di danzare” è un libro scritto per raccontare i martiri di Israele, per non dimenticare i loro nomi. Sono storie che parlano di coraggio, di disperazione ma anche della voglia di continuare a vivere. Nei quattro anni occorsi per scriverlo, Meotti ha incontrato e parlato con moltissime persone per dar loro voce: non certo per fare una cinica conta dei caduti, ma per arricchire la riflessione e riproporre punti di vista spesso trascurati dall’opinione corrente.
In Israele una famiglia ogni trecento è stata toccata dagli attentati, e per ogni attentato eseguito ne vengono sventati nove. Vi sono cerimonie funebri praticamente ogni giorno, in Israele, per le vittime del terrorismo islamico. Persone uccise per il solo fatto di essere ebree: in banca, in pizzeria, per strada, sul pullman, in un centro commerciale. Questo libro racconta le storie di questi «martiri», intrecciate spesso a quelle dei sopravvissuti della Shoah. Esiste infatti un filo continuo che corre lungo i racconti del libro e che collega le vittime dell’Olocausto di ieri con quelle degli attentati kamikaze di oggi. Una sopravvissuta alla Shoà, che deve identificare i suoi parenti vittime di un atroce attentato, si chiede appunto: «E’ davvero finito l’Olocausto?».
Uomini, donne e bambini, condannati dalla furia del fondamentalismo, «rivivono» nelle parole di figli, genitori, amici, parenti. Vittime di un odio di cui non sempre siamo correttamente informati in Europa.
Accompagna il testo una lettera all'Autore di Robert Redeker che definisce il volume: «Un libro sul coraggio». Inizia così: “Caro Giulio, ti scrivo questa lettera da un luogo segreto situato nella campagna francese, poiché, come sai, al pari di Salman Rushdie sono minacciato di morte dai fanatici islamisti. Hai scritto un libro davvero bello e importante! Sono pieno d’ammirazione di fronte alla chiarezza adamantina del tuo testo. Leggendolo sono stato invaso da una ridda di pensieri: in questa lettera vorrei esprimerne qualcuno. […]”

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Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. Ha scritto per il «Wall Street Journal». Con Lindau ha pubblicato “Il processo della scimmia. La guerra dell’evoluzione e le profezie di un vecchio biochimico” (2006). “Non smetteremo di danzare” è in corso di traduzione negli Stati Uniti, per la Encounter Books di New York.

INTERVISTA A GIULIO MEOTTI

“Non smetteremo di danzare”, un libro scritto per raccontare i martiri di Israele, per non dimenticare i loro nomi. Sono storie che parlano di coraggio, di disperazione ma anche della voglia di continuare a vivere. Nei quattro anni occorsi per scrivere questo libro hai incontrato e parlato con moltissime persone. Quali sono i loro sentimenti di fronte a queste tragedie: rassegnazione, rabbia, ostilità, voglia di vendetta?
MEOTTI: «Nessun israeliano che ha perso i propri cari in un attentato terroristico ha mai cercato o chiesto la vendetta. Alcuni hanno risposto al terrore creando fondazioni benefiche in nome dei cari uccisi e oggi assistono bambini palestinesi. Una ragazza che ha perso il padre, la madre e il fratello in qualità di ostetrica fa nascere i bambini arabi in ospedale. Nell’accostarsi al mondo dei sopravvissuti al terrorismo ti colpisce il fatalismo ottimista, la fede ancora più forte in Israele e soprattutto l’amore per la vita. Non come banale gioia di vivere, ma come santificazione, laica o religiosa che sia, della vita umana in quanto tale. I mariti che hanno perso la moglie in un attentato si sono risposati e hanno creato una famiglia più grande di prima. Nella città di Sderot, sotto i missili di Hamas, gli israeliani si sono sposati nei bunker e i bambini hanno giocato nelle abitazioni sotterranee. Nessun autista di pullman si è licenziato, anche se ogni volta guidare era come una roulette russa. La distruzione arrecata dal terrorismo al cuore di Israele è stata grande, come un “mini Olocausto” ha detto un padre. Ma Israele, la sua società, la sua cultura, ne sono usciti vincitori. Israele ha dimostrato di amare la vita più di quanto non tema la morte. Ecco cosa ci insegna la democrazia israeliana, in guerra da sessant’anni ma senza odiare il proprio nemico. E’ questo il significato più bello trasmesso dai racconti di come erano, in vita, i morti d’Israele.»

Nel libro non vi è alcun pregiudizio contro i palestinesi, ma ti verrà rimproverato di ignorare le morti palestinesi provocate dall’esercito israeliano. È una guerra dei numeri che pesa sulla democrazia israeliana?
MEOTTI: «La conta delle vittime non ha mai spiegato nulla del conflitto. Ovviamente c’è una differenza fondamentale fra i civili israeliani ammazzati nelle proprie case, ristoranti, hotel e sinagoghe, e le vittime palestinesi che hanno tragicamente perso la vita in azioni militari volte a salvaguardare l’esistenza d’Israele e a fermare la mano dei terroristi. Israele fa di tutto per non arrecare danno ai civili. Questo libro-inchiesta non fa la conta dei morti, racconta una grande storia contemporanea, il martirio ebraico nel XXI secolo, è la storia orale del conflitto mediorientale dal punto di vista della vittima che viene sempre bandita dai media, dalla cultura, dalla politica benpensante: gli ebrei. Uccisi perché ebrei in dieci anni di campagne fondamentaliste e genocide. Quasi sempre di loro non si viene a conoscere neppure il nome il giorno dopo la strage. Ho scelto di raccontare alcune delle più incredibili storie delle vittime israeliane del terrorismo perché ci parlano di questo minuscolo paese che non conosciamo veramente. E’ il “Ground Zero d’Israele”: 1.700 vittime civili e oltre diecimila feriti. Israele è un paese molto piccolo e se paragoniamo questa cifra alla popolazione degli Stati Uniti sono 70.000 vittime. In questi frammenti umani si trova a mio avviso uno dei perché d’Israele. Forse la sua ragion d’essere più importante. Questi “sommersi”, per usare un’espressione di Primo Levi, sono il pegno dell’esistenza dello stato ebraico soprattutto nell’epoca del negazionismo dell’Olocausto e della bomba atomica iraniana.»

C’è un filo continuo che corre lungo i racconti del libro e che collega le vittime dell’Olocausto di ieri con quelle degli attentati kamikaze di oggi. Una sopravvissuta all’Olocausto che deve identificare i suoi parenti vittime di un atroce attentato si chiede: “è davvero finito l’Olocausto?”. Come risponderesti a questa domanda?
MEOTTI: «Il simbolo del libro potrebbe essere un uomo che ha perso gran parte della famiglia in un ristorante a Gerusalemme e che ricorda il padre mentre fa il segno di vittoria davanti ai cancelli di Auschwitz, dove i nazisti sterminarono la sua famiglia. Le vittime del terrorismo ci rendono chiaro così che l’Olocausto è come una coda di buio che attraversa le generazioni, è il più grande tabù del mondo arabo-islamico, e uccidere un sopravvissuto ai lager è un omicidio perfetto. Con lui, si spazza via anche la memoria. La ricostruzione dopo gli attentati contiene il mistero d’Israele. Ci sono familiari che hanno dovuto riconoscere i propri cari dall’analisi del Dna, da una collanina, da qualcosa che apparteneva alla vittima. Il terrorismo ha cancellato letteralmente l’esistenza di migliaia di persone. Per questo ho scelto di raccontare e intervistare gli eroi di “Zaka”, l’organizzazione religiosa che si occupa di dare degna sepoltura ai piccolissimi lembi di carne e sangue delle vittime. Con la loro opera fermano l’annientamento provocato dal terrorismo. Non è possibile costruire la pace in Medio Oriente sull’oblio delle vittime di questa spaventosa ondata di antisemitismo. Per questo, forse, leggere il racconto di questi destini spezzati è già un atto di resistenza alla barbarie.

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Giulio Meotti, “Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri d'Israele”, prefazione inedita di Roger Scruton, con una lettera all'Autore di Robert Redeker, Edizioni Lindau, Torino, 2009, pagg. 360.




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14 ottobre 2009

Un contrappasso per i film di Ken Loach

Il regista britannico Ken Loach sarà anche contrario alla proiezione di qualunque film israeliano nei festival internazionali, ma in realtà i suoi film – ironia della sorte – serviranno per promuovere esattamente questo. Nurit Shani, CEO della Lev Cinemas and Films, ha infatti annunciato mercoledì scorso che gli utili ricavati dalla distribuzione in Israele del nuovo film di Loach “Looking for Eric” (“Il mio amico Eric”) saranno investiti nella distribuzione di film israeliani sia all’interno che all’estero.
“Negli anni scorsi – ha spiegato Shani introducendo l’anteprima di “Looking for Eric” al Festival internazionale del cinema di Haifa – Ken Loach ha espresso numerose critiche contro Israele e le sue scelte politiche. Sono convinta che sia pieno diritto di un artista manifestare le proprie opinioni e pertanto ho sempre continuato a far proiettare i suoi film. Purtroppo però, nel corso dell’ultimo anno ho scoperto che Ken Loach stesso non condivide affatto questa mia posizione. L’innovativo artista, che personalmente considero un grande umanista, si è rivelato una persona che non rispetta la libertà d’espressione di quelli che hanno opinioni diverse dalle sue: un artista che non ha letto o non ha capito Voltaire; un artista che fa di tutto per ridurre al silenzio i suoi colleghi, i registi israeliani, impedendo loro di dare voce alle loro opinioni e di vedere i loro film proiettati in giro per il mondo”.
Nel corso dell’ultimo anno Loach ha guidato una campagna di boicottaggio contro il Festival internazionale del cinema di Edimburgo i cui organizzatori avevano deciso di proiettare il film israeliano “Surrogate” con il sostegno finanziario dell’ambasciata d’Israele. Successivamente ha preso parte attiva alla campagna di boicottaggio contro il programma “City to City” del Festival internazionale di Toronto, centrato su film riguardanti Tel Aviv. Loach ha anche annunciato l’intenzione di boicottare il festival internazionale del cinema di Melbourne, “colpevole” d’aver usato finanziamenti del governo israeliano per coprire le spese di viaggio degli artisti israeliani invitati all’evento. Gli organizzatori del festival hanno risposto che non intendono “piegarsi a ricatti”.
Dopo aver ricordato che è da vent’anni che distribuisce in Israele i film di Loach, Nurit Shani ha spiegato di non poter nascondere il suo disgusto per queste recenti prese di posizione del regista. “Considero questi gesti di Loach come un atto di ipocrisia – ha detto – Un bruciante schiaffo in faccia alla democrazia e allo spirito umanistico dei suoi film. I suoi film sono le opere di un grande regista, ma le sue azioni sono quelle di una persona meschina”.
Di conseguenza Shani ha deciso di donare gli utili in Israele del film “Looking for Eric” e del prossimo film di Loach alla distribuzione di film israeliani all’estero. “Sono convinta – ha detto – che il modo migliore per combattere la censura, e non c’è altro modo di definire le azioni di Loach se non come un tentativo di censura, sia quello di garantire che le voci di Israele, la creatività di Israele così diversificata e affascinante venga sentita forte e chiara sia in Israele che nel resto del mondo”.
Il film Looking for Eric” (“Il mio amico Eric”), presentato all’ultimo festival di Cannes, è in programma nelle sale israeliane per l’inizio di novembre.
(Da: YnetNews, 11.10.09)

Nella foto in alto: Ken Loach
Boicottaggi di arte e accademia: faziosi, meschini e stupidi




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2 ottobre 2009

Una pugnalata a israeliani e palestinesi

Dal discorso tenuto il 29 settembre dall’ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite di Ginevra, Aharon Leshno Ya'ar, di fronte al Consiglio Onu per i Diritti Umani all’atto della presentazione ufficiale del rapporto Goldstone:

Cinque anni fa, con un eccezionale gesto di pace, Israele sgomberava dalla striscia di Gaza tutti i suoi soldati e più di 8.000 civili. I paesi membri del Consiglio Onu per i Diritti Umani applaudivano questa misura senza precedenti: ci dissero in termini inequivocabili che, nello scenario da incubo che il terrorismo si radicasse nel territorio appena sgomberato, essi avrebbero lealmente sostenuto il nostro naturale diritto all’autodifesa.
Cinque anni più tardi le serre che avevamo lasciato a Gaza erano ormai tutte saccheggiate e vandalizzate da Hamas, più di 8.000 razzi e obici di mortaio erano stati lanciati sulle scuole e gli asili di Sderot e di altre località israeliane, un’incessante flusso di armi ed esplosivi veniva contrabbandato da paesi sponsor come l’Iran dentro striscia di Gaza attraverso i tunnel sotto i confini.
I pressanti appelli di Israele alla comunità internazionale restavano senza risposta; intanto i nostri tentativi di prolungare un fragile cessate il fuoco si scontravano con sempre nuovi e crescenti attacchi di missili da parte di Hamas. E la gittata degli ordigni aumentava: ora anche Ashkelon e Beersheba erano nel mirino; un milione di cittadini israeliani era costretto a vivere tenendosi costantemente a pochi secondi dai rifugi antiaerei.
La decisione di lanciare una controffensiva militare non è mai facile. Lo è ancora meno quando si deve affrontare un nemico che intenzionalmente schiera le sue forze nelle aree più densamente abitate e lancia i suoi razzi dai cortili di scuole e moschee affollate. Si tratta di sfide nuove e terribili, e noi abbiamo cercato di farvi fronte in modo responsabile e umano.
Tuttavia, quando lanciavamo milioni di volantini e facevamo migliaia di telefonate per avvertire in anticipo i civili delle nostre operazioni, abbiamo dovuto assistere alla deliberata e cinica tattica di Hamas che approfittava dei nostri preavvertimenti per mandare donne e bambini sui tetti delle postazioni terroriste e delle fabbriche di armi. In questi casi interrompevamo le missioni, lasciando sfuggire i terroristi. In altri termini, Israele tutelava i civili palestinesi che Hamas metteva deliberatamente in pericolo.
Alle prese con questi dilemmi, abbiamo cercato la consulenza di altri paesi. Noi non possediamo certo tutte le risposte giuste, ma perlomeno ci siamo sforzati di porre le giuste domande. E nelle discussioni fra ufficiali incaricati di garantire la sicurezza dei loro civili, abbiamo potuto ascoltare sincere espressioni di ammirazione per il nostro autocontrollo. Ad esempio il colonnello Richard Kemp, intervistato sulla condotta di Israele a Gaza, ha risposto: “Non penso che vi sia mai stato un momento, nella storia della guerra, in cui un esercito abbia fatto più sforzi per ridurre la vittime civili e la morte di innocenti di quanti ne ha fatti l’esercito israeliano a Gaza”.
Tuttavia, nelle intricati condizioni della guerra urbana, che vi siano anche delle vittime civili è tragicamente inevitabile. Così come vi possono essere casi in cui dei soldati non si attengono sempre agli standard che ci aspettiamo da loro. Il vero test di una vera democrazia è come affronta questi casi. Dopo l’operazione a Gaza, Israele ha avviato più di cento diverse inchieste su questioni operative come i danni ad alcuni centri Onu e impianti medici o specifiche denunce di asserita condotta riprovevole. Di tutte queste inchieste, 23 sono già sfociate in procedimenti penali. Ed è un lavoro che continua.
Israele si adopera per far fronte a tutte le ardue problematiche che sorgono dall’attività dei terroristi all’interno di centri civili. Ma queste problematiche e questi dilemmi non sembrano preoccupare gli autori del vergognoso rapporto presentato al Consiglio Onu per i Diritti Umani.
Come tanti altri paesi, Israele non poteva sottoscrivere una risoluzione rivolta solo contro una delle parti in conflitto, e che istituiva ben quattro separati meccanismi volti alla condanna di Israele e neanche uno per esaminare Hamas.
Come molti delle eminenti personalità che hanno respinto l’invito a presiedere una commissione di indagine con un mandato prevenuto, abbiamo contestato una missione che, per dirla con le parole di Mary Robinson, era “guidata dall’agenda politica, non dai diritti umani”.
Israele ha cooperato con decine di inchieste e indagini di enti internazionali sui fatti di Gaza, ma si è rifiutato di collaborare con questa missione. Una decisione che trova conferma nel rapporto presentato al Consiglio.
Si tratta di un rapporto nel quale il diritto all’autodifesa non è menzionato, nel quale il traffico di armi verso Gaza attraverso decine e decine di tunnel non merita nemmeno una parola. Un rapporto basato su testimonianze pre-filmate di palestinesi, nessuno dei quali è stato interrogato sulle attività terroristiche di Hamas né sul suo abuso di civili, ospedali e moschee per i suoi attacchi terroristici. Un rapporto che dà credito ad ogni insinuazione e diceria contro Israele, senza prendere nemmeno in considerazioni le esplicite e dirette ammissioni di colpa degli stessi capi di Hamas. Come ha rivelato lo stesso giudice Goldstone in una lettera aperta, “noi non ci siamo occupati dei problemi della condotta di operazioni militari in aree civili, abbiamo evitato di doverlo fare negli incidenti che abbiamo deciso di indagare”.
Gli autori di questa “indagine sui fatti” si sono ben poco preoccupati di indagare i fatti. Il rapporto è nato nel quadro di una campagna politica e rappresenta un’aggressione politica contro Israele e contro ogni paese costretto a confrontarsi con le minacce del terrorismo. Le sue raccomandazioni sono pienamente in linea con i suoi scopi politici di parte.
A differenza dei terroristi di Hamas che festeggiano apertamente ogni civile ucciso, Israele considera una tragedia ogni vittima civile e si impegna ad esaminare a fondo ogni accusa di violazione: non per via di questo rapporto, ma nonostante questo rapporto.
Che sia chiaro: questo rapporto non contribuirà minimamente a rendere la vita meno difficile per coloro che vivono a Sderot e a Gaza, a Kiryat Shmona e a Jenin. Anzi, fornendo supporto e giustificazione alle ciniche tattiche dei terroristi, esso rappresenta una pugnala alla schiena sia degli israeliani e che dei palestinesi moderati.
Purtroppo questo rapporto, che sostiene di rappresentare il diritto internazionale e invece di fatto ne rappresenta una contraffazione al servizio di scopi politici, potrà soltanto indebolire lo status delle leggi internazionali nei futuri conflitti. Ai paesi che in ogni parte del mondo devono affrontare le minacce terroristiche, questo rapporto invia un messaggio inquietante, e giuridicamente infondato, secondo cui il diritto internazionale non ha da offrire loro nessuna risposta efficace, contribuendo in questo modo ad erodere la volontà degli stati di attenervisi. Allo stesso tempo, il rapporto invia ai gruppi terroristi un messaggio, ancora più inquietante, secondo cui la loro cinica tattica di sfruttare le sofferenze dei civili per i loro scopi politici in realtà funziona e porta vantaggi.
Infine, ed è forse la cosa più importante, noi vogliamo trovare il modo di vivere in pace con i nostri vicini. Ed ecco la questione di fondo che il primo ministro Benjamin Netanyahu ha posto all’Assemblea Generale dell’Onu la settimana scorsa: “Le stesse Nazioni Unite che hanno acclamato Israele quando lasciava la striscia di Gaza e che promettevano di appoggiare il nostro diritto all’autodifesa ci accusano ora di crimini di guerra? E per cosa? Per aver agito in modo responsabile, esercitando il nostro diritto di legittima difesa? Israele si è difeso a buon diritto contro l’aggressione terroristica. Questo rapporto prevenuto e ingiusto costituisce un chiaro test per ogni governo: siete a fianco di Israele o a fianco dei terroristi? Giacché, se a Israele si intende chiedere di assumersi altri rischi per la pace, noi oggi dobbiamo essere sicuri che voi domani sarete al nostro fianco. Solo se potremo confidare di poterci difendere, potremo assumerci ulteriori rischi in nome della pace”.

Di Aharon Leshno Ya'ar (Da: Jerusalem Post, 30.09.09)
Nella foto in alto: l’ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite di Ginevra, Aharon Leshno Ya'ar




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23 settembre 2009

A Parigi sconfitta la realpolitik

Era assolutamente inattesa, fino a pochi giorni fa, l’elezione di Irina Gueorguieva Bokova alla direzione dell’Unesco. E ancor di più la cocente sconfitta di Farouk Hosni, sostenuto da uno schieramento internazionale cementato dalla realpolitik. Sembrava inattaccabile la candidatura al vertice di un organismo culturale dedito alla tolleranza e alla custodia dell’immenso patrimonio culturale dell’umanità di un uomo che voleva sistematicamente escludere gli israeliani (e persino gli «ebrei» tout court) da questo patrimonio comune. Le rivelazioni sulla sua biografia e sulle sue sistematiche dichiarazioni in odor di antisemitismo sembravano insufficienti a minare la compattezza di chi aveva sostenuto, accettato, o subìto obtorto collo, il nome di Hosni. E invece no.

Sarà perché la soglia dell’accettabilità era stata ampiamente oltrepassata, sarà per la resipiscenza di chi pensava si potesse sorvolare sulla smodatezza con cui Hosni aveva auspicato di «bruciare» personalmente i libri israeliani, fatto sta che la candidatura di una donna impegnata sul fronte dei diritti umani, sulla difesa della democrazia, sulla battaglia per l’eguaglianza tra i sessi, la bulgara Bokova, è apparsa più credibile, più adatta a quel ruolo così delicato e cruciale.

Ha perso l’arroganza di chi ha voluto imporre un candidato dalla biografia impresentabile. Ha perso l’acquiescenza dei governi occidentali (compreso quello italiano) convinti, puntando sul nome sbagliato, di aprire una porta di dialogo con il mondo arabo. Ha perso la stessa ragion di Stato israeliana, alla ricerca di un buon rapporto con l’Egitto di Mubarak fino al punto di assecondare la scelta di un uomo che ha ripetutamente tuonato contro l’eccesso di influenza «ebraica» sul sistema mondiale dei media e ha favorito la diffusione nel mondo arabo dei famigerati «Protocolli dei savi anziani di Sion». Ha vinto la ragione sociale dell’Unesco, che non tollera discriminazioni, pratiche censorie e bavagli alla cultura libera. Da Parigi arriva perciò una buona notizia. E si rafforza, finalmente, la convinzione che non si possa pronunciare qualunque nefandezza senza doverne pagare dazio. Ora a Irina Bokova la responsabilità di rappresentare non la diga per arginare il peggio, ma la scelta giusta nel posto giusto. La sua biografia, a differenza di quella di Hosni, induce all’ottimismo.
 

Di Pierluigi Battista Fonte Il Corriere della Sera




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21 settembre 2009

“I sionisti dietro a ogni complotto, la Shoà una loro menzogna”

Nel suo discorso ai fedeli in occasione della Giornata di Qods (Gerusalemme), venerdì 18 settembre all’Università di Teheran il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha parlato dell’istituzione della Giornata ad opera dell’ayatollah Ruhollah Khomeini; ha nuovamente negato la storicità della Shoà definendola una “scatola nera” che gli occidentali non vogliono aprire agli studi storici; e ha dichiarato - nel momento stesso in cui il regime iraniano reprimeva di nuovo con durezza le manifestazioni dell'opposizione interna - che la Palestina costituisce la più importante questione per tutto il mondo islamico.
Nella stessa occasione, l’ayatollah Ahmad Khatami, leader ad interim della preghiera del venerdì a Tehran, uomo molto vicino alla suprema guida iraniana Ali Khamenei, ha sostenuto che i sionisti non hanno altro da fare che massacrare donne e bambini innocenti per rubarne gli organi. Ahmad Khatami (da non confondersi col riformista” Mohammad Khatami), ha aggiunto che “l’ingannevole accordo di pace di Obama è peggio di tutti gli altri accordi di pace palestinesi”, e che la chiave per la soluzione del problema della Palestina sta nel sistema della Repubblica Islamica.
Quella che segue è una sintesi dei passi salienti dei discorsi di Mahmoud Ahmadinejad e Ahmad Khatami.

Il presidente Ahmadinejad ha detto che la Giornata Mondiale di Qods (Gerusalemme) rappresenta l’inizio della salvezza del popolo palestinese e di tutti gli esseri umani dall’egemonia delle arroganti potenze mondiali. L’iniziativa dell’ayatollah Ruhollah Khomeini di istituire trent’anni fa la Giornata di Gerusalemme, ha spiegato Ahmadinejad, ha spalancato la via all’onore, alla libertà e alla dignità per tutte le nazioni. La Giornata di Gerusalemme è la giornata dell’unità della nazione iraniana, dei musulmani e della comunità umana contro tutte le potenze corrotte e oppressive. Ahmadinejad ha ringraziato Iddio che la Giornata di Qods sia diventata una giornata importante e decisiva per le genti di tutto il mondo, sottolineando come oggi sia divenuta un evento internazionale.
Il mondo, ha continuato Ahmadinejad, si è diviso in due parti: da una parte stanno i monoteisti che perseguono la libertà e la giustizia, dall’altra tutte le potenze egemoniche e i criminali internazionali. Ahmadinejad ha detto che gli iraniani e la maggior parte delle nazioni conoscono bene la storia del regime sionista. “I piani per la formazione del regime sionista vennero concepiti già prima della prima guerra mondiale per impadronirsi di tutte le risorse intellettuali e materiali del mondo”. Gli inglesi, ha detto, approfittarono della negligenza delle nazioni del Medio Oriente e dei musulmani per dominare le terre palestinesi e preparare il terreno nella regione ai criminali sionisti. Per questo, secondo Ahmadinejad, la Giornata Mondiale di Gerusalemme è la giornata dell’unità degli esseri umani contro le potenze della tirannia e della corruzione.
Ahmadinejad ha proseguito dicendo che l’Olocausto è come una “scatola nera” che deve essere aperta. “Quello che diciamo da quattro anni è: se l’Olocausto asserito dal regime sionista e dai suoi alleati è vero, allora perché sionisti e occidentali non permettono che lo si studi?”. La ricerca su ogni cosa è libera, ha detto Ahmadinejad, ma l’Olocausto è la chiave di un fatto sigillato, una scatola nera che non si può aprire. “Perché questa scatola nera non può essere decodificata affinché i fatti e la realtà vengano finalmente rivelati a tutti?”
Ahmadinejad ha poi detto che la Palestina costituisce la questione più importante per tutto il mondo islamico. “Siamo fermamente convinti – ha concluso Ahmadinejad – che la guerra in Iraq e Afghanistan è dovuta alla provocazione sionista. Se il Sudan è represso, è a causa delle lusinghe dei sionisti. I sionisti stanno dietro a tutte le cospirazioni dell’arroganza e del colonialismo. Sono loro che non permettono che venga analizzata e indagata la maggiore scusa per l’occupazione della Palestina [i.e. la Shoà]. Il pretesto per l’istituzione del regime sionista è una menzogna, una menzogna che si fonda su una pretesa inattendibile, su una pretesa mitica”.

Nel suo sermone per la Giornata di Gerusalemme, l’ayatollah Ahmad Khatami ha detto che la Settimana della Difesa Sacra, cioè la prossima settimana, rappresenta una parte straordinaria della storia della rivoluzione islamica iraniana. La Difesa Sacra, ha detto, incarna diversi messaggi per il popolo, “il primo dei quali è che coloro che seguono il loro imam in tutti gli aspetti della loro vita sono invincibili”. E ha continuato: “Il concetto di jihad [guerra santa] e di martirio è ciò che aiutato il popolo durante la Guerra Imposta [fra Iran e Iraq, 1980-88], e questo è il secondo messaggio della Settimana della Difesa Sacra”, aggiungendo che aristocrazie e capitalismo sono contro il jihad e il martirio islamico.
A proposito della Giornata di Gerusalemme, l’ayatollah Ahmad Khatami ha detto: “Il sostegno alla causa palestinese del compianto imam Khomeini e dell’amministrazione islamica non è una questione politica; esso ha piuttosto radici profonde nella religione. La prima base religiosa del sostegno alla Palestina è che il Sacro Corano parla dei musulmani come di un corpo unitario. La seconda è che la nostra scuola di pensiero si fonda sulla difesa dell’oppresso contro l’oppressore. L’Iddio che ha introdotto questa scuola è quello che combatte l’oppressione”.
Ahmad Khatami ha parlato dei sionisti come di coloro che non hanno altro da fare che massacrare donne e bambini innocenti e rubarne gli organi. “Un anno è passato – ha detto – da quella guerra nella striscia di Gaza, ma l’intera area è ancora sotto assedio”, e ha denunciato i capi arabi che “tacciono sulle atrocità di Israele”, definendoli “complici del crimini sionisti”.
“L’ingannevole accordo di pace di Obama – ha concluso l’autorevole ayatollah iraniano – è peggio di tutti gli altri accordi di pace palestinesi come Camp David, Oslo, Madrid o Sharm Al-Sheikh. La chiave per la soluzione del problema della Palestina è solo nel concetto del sistema della Repubblica Islamica. Tutti i palestinesi dovrebbero andare alle urne e optare per questo loro sistema politico”.
(Da: memri.org, 18.09.09)
Perché il regime iraniano odia Israele?
L’allucinato mondo antisemita di Ahmadinejad




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18 settembre 2009

Shana Tovà Umetukà!

 

Rosh haShana (in ebraico ??? ????, letteralmente principio dell'anno) è il capodanno religioso previsto nel calendario ebraico.

Rosh haShana è il capodanno cui fanno riferimento i contratti legali, per la cura degli animali e per il popolo ebraico. La Mishnah indica in questo capodanno quello in base al quale calcolare la progressione degli anni e quindi anche per il calcolo dell'anno sabbatico e del giubileo.

Nella Torah vi si fa riferimento definendolo "il giorno del suono dello Shofar" (Yom Terua, Levitico 23:24). La letteratura rabbinica e la liturgia descrivono Rosh haShana come il "Giorno del giudizio" (Yom ha-Din) ed il "Giorno del ricordo" (Yom ha-Zikkaron).

Nei midrashim si racconta di Dio che si siede sul trono, di fronte a lui i libri che raccolgono la storia dell'umanità (non solo del popolo ebraico). Ogni singola persona viene presa in esame per decidere se meriti il perdono o meno.

La decisione, però, verrà ratificata solo in occasione di Yom Kippur. È per questo che i 10 giorni che separano queste due festività sono chiamate i 10 giorni penitenziali. In questi 10 giorni è dovere di ogni ebreo compiere un'analisi del proprio anno ed individuare tutte le trasgressioni compiute nei confronti dei precetti ebraici. Ma l'uomo è rispettoso anche verso il proprio prossimo. Ancora più importante, allora, è l'analisi dei torti che si sono fatti nei confronti dei propri conoscenti. Una volta riconosciuto con se stessi di aver agito in maniera scorretta, occorre chiedere il perdono del danneggiato. Quest'ultimo ha il dovere di offrire il proprio perdono. Solo in casi particolari ha la facoltà di negarlo. È con l'anima del penitente che si affronta lo Yom Kippur.

La festa dura 2 giorni sia in Israele che in diaspora, ma è una tradizione recente. Esistono infatti testimonianze di come a Gerusalemme si festeggiasse solo il primo giorno ancora nel XIII secolo. Le scritture recano il precetto dell'osservanza di un solo giorno. È per questo che alcune correnti dell'ebraismo, tra le quali i Karaiti, festeggiano solo il primo. L'ebraismo ortodosso e quello conservativo, invece, li festeggiano entrambi.




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17 settembre 2009

Pubblicato il preconfezionato Rapporto Goldstone

Pubblicato il rapporto della missione Onu guidata da Richard Goldstone (incaricata, con un mandato che è sembrato una sentenza preconfezionata, di indagare “le violazioni del diritto internazionale e umanitario da parte di Israele contro il popolo palestinese”): come previsto, Israele viene accusato di violazione del diritto internazionale e crimini di guerra. Ma vi sono accuse anche ai palestinesi, per i lanci di razzi contro civili. La cattività di Gilad Shalit viene definita contraria alle convenzioni internazionali sui prigionieri di guerra.
Il presidente della Knesset, Reuven Rivlin, ha respinto martedì le conclusioni del rapporto Goldstone evidenziandone l’ipocrisia: “Nessuna nazione al mondo permetterebbe bombardamenti quotidiani sulle proprie città”, ha sottolineato.
Il ministero degli esteri israeliano ha varato un sito web che fornisce informazioni e dati sul contesto politico e giuridico della controffensiva anti-Hamas lanciata lo scorso dicembre dopo che per 8 anni dalla striscia di Gaza erano stati lanciati 12.000 ordigni sui civili israeliani. Il sito, in inglese, comprende anche filmati, informazioni relative alle indagini israeliane sulla condotta delle proprie forze armate, e commenti sul rapporto Goldstone. L’indirizzo del sito è:
http://www.mfa.gov.il/GazaFacts

(Da: israele.net, 15.09.09)
Nella foto in alto: Bambini di Sderot sotto i lanci di Qassam da Gaza nel febbraio 2008. Per l'articolo relativo a questa foto:
http://www.israele.net/articolo,2016.htm
Si veda anche:
Raccontare Sderot a Ginevra
“Qual è la mia colpa, essere un’ebrea che vive ad Ashkelon?”




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14 settembre 2009

Che problema c'è ne più ne meno di una semplice collezione di francobolli!

Prosit Marc Garlasco, "esperto" di Human Rights Watch, collezionista di Nazi memorabilia e accanito accusatore di Israele.




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