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  ilsignoredeglianelli [ Israele. Un nome, una terra, un popolo, una fede, una Legge, una lingua, una civiltà, uno Stato. Un simbolo tra le nazioni. ]
         


17 dicembre 2012

Il budino e l'antisemitismo!

Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

Cari amici,

lasciatemi tornare ancora sul voto dell'Assemblea Generale dell'Onu che ha riconosciuto l'Autorità Palestinese come "stato osservatore non membro". Gli ottimisti a oltranza -o gli ipocriti- dicevano che quel voto era il modo di rilanciare le trattative fra Israele e Anp, mentre noi dicevamo tutto il contrario, che esso avrebbe incoraggiato la renitenza di Mahmoud Abbas, oltre che ledere gli accordi di Oslo e scoraggiare per questo motivo Israele: voi fareste volentieri un prestito a qualcuno che ha appena rifiutato di pagare i suoi, facendo bancarotta? E dunque, fareste un trattato con qualcuno che ha appena ignorato deliberatamente un trattato per quelli che riteneva i suoi interessi? Così ha fatto l'Anp, dato che gli accordi di Oslo proibivano esplicitamente ogni ricorso a organizzazioni internazionali per stabilire lo stato palestinese, e lo riservava al negoziato fra le parti.

Adesso però abbiamo qual che Friedrich Engels (sì, il socio di Marx, per molti versi deplorevole, ma in questo lucidissimo) chiamava la prova del budino: la qualità di un dolce si verifica non in teoria, ma mangiandolo. Bene, ci siamo mangiati il voto dell'Onu. Avete visto delle trattative? No. Dei passi preparatori da parte palestinese, delle aperture negoziali? No, tutto il contrario. Il primo ministro dell'Anp ha lanciato ieri il boicottaggio totale dei prodotti israeliani da parte dei suoi amministrati: un segnale politico ben preciso, anche se sul piano pratico vuol dire poco, perché lo "stato" dell'Anp vive soprattutto di prodotti israeliani (http://www.swissinfo.ch/eng/news/international/Palestinian_PM_Fayyad_hits_back_at_Israel_with_boycott_call.html?cid=34231726). E il capo negoziatore Erekat (del tutto disoccupato, dato che l'Anp rifiuta le trattative con Israele dal 2009) ha appena avvertito gli Usa, con qualche durezza di tono, di non permettersi di imporre sanzioni all'Anp per aver violato gli accordi andando all'Onu. Insomma, la prova del budino sul voto dell'Onu dice quel che era perfettamente prevedibile a priori, cioè nessuna apertura negoziale e accresciuta arroganza. 

E' vero che si potrebbe pensare che i palestinesi attendano le elezioni israeliane per discutere col nuovo governo; ma tutte le previsioni assicurano che Netanyahu sarà ancora premier e la maggioranza sarà la stessa, sicché si tratterebbe di un calcolo insensato. E già che ci siamo, sapete che alcuni eccentrici giornalisti hanno trovato una nuova causa, naturalmente israeliana, per il rifiuto dei palestinesi di aprire i negoziati di pace. Sapete di chi è la colpa per Friedman del New York Times, Segev dell'estrema sinistra israeliana, Wilson del Washington Post? (http://www.washingtonpost.com/world/middle_east/some-in-israel-see-acquiescence-in-iron-dome-missile-defense-system/2012/12/08/5dc857f4-3d67-11e2-bca3-aadc9b7e29c5_story.html) ? Ma di Iron Dome, la cupola di ferro che protegge le città israeliane dagli attacchi missilistici delle organizzazioni terroriste. Le protegge ed evita danni e morti civili e questo è bene, ammettono i giornalisti di buona volontà; ma li protegge troppo, rendendo gli israeliani  sicuri e quindi scoraggiandoli dal fare sacrifici per la pace... si può sostenere una tesi più ipocrita e assurda? Bisognerebbe allora togliere i giubbotti antiproiettile ai poliziotti, anzi togliere la polizia del tutto dalle nostre città, e in questa maniera saremmo più sensibili alle ragioni dei ladri e magari li abbracceremmo e condivideremmo con loro il nostro pane, provocando un'era di pace senza furti... Ma si può?

Tornando al voto dell'Onu, vale la pena di leggere l'intervista dell'ambasciatore ceco al Jerusalem Post (http://www.jpost.com/DiplomacyAndPolitics/Article.aspx?id=295915). L'allora ministro degli esteri Lieberman aveva fatto un paragone con Israele per spiegare il fatto che la piccola Cechia era stata una delle pochissime nazioni in Europa a respingere il ricatto arabo: "Tutte le espressioni e le promesse di impegno per la sicurezza di Israele da tutto il mondo mi ricordano impegni similari affidati alla Cecoslovacchia [nel 1938], e la pressione fatta sul presidente ceco per  cedere i Sudeti alla Germania", Lieberman ha detto. "Dopo tutte le promesse e le garanzie che le erano stati forniti, la Germania nazista occupò tutta la Cecoslovacchia, mettendo fine alla sua esistenza." L'ambasciatore dice che naturalmente il paragone non può essere perfetto, come tutte le analogie storiche, ma il problema è proprio quello, la tendenza degli stati europei a fare sacrifici sulla pelle altrui per comprare la propria tranquillità, fino all'ultimo momento, come accadde negli anni Trenta con Hitler e sta accadendo oggi con l'islamismo. 

E a proposito di Europa e di "appeasement" con l'islamismo, c'è un dettaglio che i giornali italiani non hanno riportato, ma che vale la pena di conoscere. Qualche giorno fa il consiglio dei ministri europei ha emesso una rarissima condanna di un'azione palestinese. Si trattava  del discorso del leader di Hamas, Meshaal, in cui proclamava che non un centimetro di terra fra il fiume e il mare era negoziabile, che lo scopo era ricacciare gli ebrei in mare (il che naturalmente significa ammazzarli) e il solo mezzo era la guerra (http://www.jpost.com/MiddleEast/Article.aspx?id=295084). Sono temi consueti dell'ideologia di Hamas, si trovano anche nel suo statuto, vengono continuamente ripetuti, e del resto anche i concorrenti "moderati" di Al Fatah sono d'accordo (http://www.sawtbeirut.com/breaking/136093). La cosa aveva colpito però per l'occasione solenne del discorso ufficiale in occasione dei venticinque anni dell'organizzazione, per il fatto che Meshaal si era fatto accreditare di recente una fama di moderato, perché veniva di seguito al voto dell'Onu. Dunque l'Unione Europea aveva deciso di esprimere dissenso, anche per dare l'impressione di un certo equilibrio, dopo l'aspra condanna riservata in quei giorni ai progetti edilizi del governo israeliano. Del resto è ovvio che un'organizzazione  il cui progetto politico è la strage e la distruzione attraverso la guerra di uno stato membro dell'Onu non può che suscitare condanna in chi dice di essere per la pace, anche se l'Unione Europea si è sempre rifiutata di includere Hezbollah, che ha posizioini analoghe, nella propria lista dei terroristi. 

Bene, il comunicato è stato fatto, ma in termini molto blandi e superando l'opposizione di quattro stati, che non volevano si pronunciasse neppure un educato dissenso rispetto allo stragismo di Hamas. Sapete quali sono questi stati? Eccoli: Irlanda, Portogallo, Danimarca, Finlandia (http://www.timesofisrael.com/four-eu-states-reportedly-tried-to-foil-condemnation-of-mashaal-hate-speech/). Sarà un caso che di recente sono stati emessi degli avvisi per invitare cittadini e turisti a non portare simboli ebraici proprio in Danimarca (http://www.israelnationalnews.com/News/News.aspx/163092#.UM7ep3eyl-w) e in Finlandia (http://vladtepesblog.com/?p=55818), che l'Irlanda sia considerata lo stato europeo più ostile agli ebrei (http://anneinpt.wordpress.com/2011/06/27/antisemitism-and-antizionism-in-modern-ireland/,http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-4149059,00.html)? Un'altra prova "del budino" che l'appoggio alla "lotta del popolo palestinese" e l'antisemitismo sono strettamente intrecciati non solo nelle mentalità, ma anche al livello dell'azione politica.




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24 maggio 2012

Olimpico silenzio


Editoriale del Jerusalem Post

Il 5 settembre 1972 otto terroristi palestinesi, vestiti con tute sportive e coi borsoni da atleta pieni di mitra e pistole, penetrarono nei dormitori del villaggio olimpico di Monaco, sfruttano un involontario aiuto da parte di atleti americani. Usando chiavi rubate, riuscirono a fare irruzione nella palazzina dove dormivano atleti e allenatori israeliani con lo scopo di prenderli in ostaggio. Durante lo scontro che ne seguì – affrontato dagli atleti israeliani praticamente a mani nude, e che vide uno dei terroristi finire per terra privo di sensi – due atleti furono ammazzati a colpi d’arma da fuoco. Usando i restanti nove atleti come ostaggi, i sequestratori cercarono col ricatto di costringere Israele a scarcerare duecento terroristi palestinesi. Israele si rifiutò di trattare; ne seguì una situazione di stallo durata circa venti ore. Poi, in un fallito tentativo delle autorità di sicurezza tedesche di liberare gli ostaggi, tutti gli atleti israeliani vennero ammazzati. L’orrore per l’attacco sanguinario fu tanto più grande per il fatto che i terroristi avevano spietatamente sfruttato l’atmosfera di reciproca fiducia e di pacifica fratellanza fra nazioni che sta al cuore dei Giochi Olimpici.
Oggi il mondo si appresta a tenere un’altra Olimpiade. Rappresentanti ufficiali israeliani e due membri del Congresso americano, a nome e per conto di due vedove delle vittime assassinate a Monaco, hanno avanzato una richiesta semplice e umana: che, al momento in cui il prossimo luglio le nazioni del mondo sbarcheranno a Londra, gli atleti e il pubblico di tifosi osservino un minuto di silenzio. Solo un minuto.
Ma il Comitato Olimpico Internazionale ha detto no.
La decisione non sorprende. Il Comitato Olimpico Internazionale aveva già freddamente respinto precedenti richieste avanzate da Ankie Spitzer, vedova dell’allenatore di scherma Andrei Spitzer, e da Ilana Romano, vedova del sollevatore di pesi Yossef Romano. Tuttavia c’era la speranza che questa volta andasse diversamente. Quest’anno segna un momento particolarmente appropriato per correggere gli errori del passato: ricorre infatti il 40esimo anniversario della strage delle Olimpiadi di Monaco. E questa volta è stata presentata una richiesta ufficiale dal vice ministro degli esteri israeliano Danny Ayalon al presidente del Comitato Olimpico Internazionale, Jacques Rogge. Alla lettera di Ayalon si sono unite le lettere dei due membri del Congresso degli Stati Uniti, Eliot Engel e Nita Lowey, del partito democratico di New York.
Niente da fare. Nella sua risposta, inviata la settimana scorsa ad Ayalon, Rogge respinge la richiesta. Dice tuttavia che intende partecipare a un ricevimento alla Guildhall di Londra organizzato dal Comitato Olimpico israeliano in memoria delle vittime. “Siamo molto vicini ai famigliari delle vittime – afferma Rogge nella sua lettera – e comprendiamo il loro persistente dolore”. E aggiunge: “Ciò che accadde a Monaco nel 1972 rafforza la determinazione del Movimento Olimpico di contribuire più che mai all’edificazione di un mondo pacifico e migliore, educando i giovani attraverso lo sport praticato senza discriminazioni di alcun genere e nello spirito olimpico. Siate certi che, nell’ambito della famiglia olimpica, la memoria delle vittime della terribile strage di Monaco del 1972 non svanirà mai”.
Che sia vero o meno che la memoria degli undici di Monaco resterà sempre viva “nell’ambito della famiglia olimpica”, osservare un minuto di silenzio ai prossimi Giochi Olimpici e in quelli che seguiranno contribuirebbe molto a far sì che essi continuino ad essere ricordati anche al di fuori “dell’ambito della famiglia olimpica”. E comunque, un momento di silenzio non sembra che sia chiedere troppo, specie considerando la ferocia di quegli omicidi e il fatto che le vittime non vennero uccise per le strade di Gerusalemme o di Tel Aviv, ma all’interno del villaggio olimpico in quanto partecipanti ai Giochi della fratellanza fra le nazioni. La strage di Monaco dovrebbe essere commemorata non come una tragedia israeliana, bensì come una tragedia “nell’ambito della famiglia delle nazioni”, come ha sottolineato Ayalon.
Rogge ha perso l’occasione e si è aggiudicato la medaglia d’oro dell’indifferenza. Ma la sua omissione non può in alcun modo sminuire il lascito degli undici di Monaco.

(Da: Jerusalem Post, 20.5.12)

Nella foto in alto: gli atleti israeliani uccisi alle Olimpiadi di Monaco del 1972




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18 maggio 2012

Giorno della catastrofe e giorno del disastro


Di Israel Harel

La resa della Germania nella seconda guerra mondiale è stata commemorata il 9 maggio in molti paesi del mondo. Quello stesso giorno alcune migliaia di neo-nazisti hanno inscenato una “marcia funebre” per quello che loro definiscono “il giorno del disastro”. Nel loro paese, e ancor di più al di fuori di esso, costoro costituiscono una minoranza ostracizzata. La stragrande maggioranza della gente considera quel periodo come un’epoca di degenerazione morale durante la quale i loro leader, i loro studiosi e i loro comandanti militari furono presi da una sorta di follia che procurò genocidi, aggressive campagne di conquista e la disfatta di molte nazioni. Questa è la lezione che la maggior parte dei tedeschi, e la maggior parte delle nazioni che collaborarono con loro, hanno appreso dal “giorno del disastro”.
Di tutte le nazioni che mandarono dei soldati a sostegno delle gesta dei nazisti, una soltanto non ha mai espresso il minimo rammarico. Al contrario, essa dedica il 15 maggio – il giorno in cui gli eserciti arabi si lanciarono all’invasione dello stato d’Israele che aveva appena dichiarato l’indipendenza – alla commemorazione del lutto per non essere riusciti a conseguire il loro obiettivo. Il rammarico degli arabi non è per la colpa della loro aggressione, bensì per il fatto che non furono capaci di completare il lavoro che Hitler aveva lasciato incompiuto. A differenza dei tedeschi, non provano alcuna vergogna per le gesta assassine dei loro predecessori. Si vergognano invece della loro debolezza e della loro incapacità di portare a termine la missione.
I cittadini arabi d’Israele non hanno mai espresso rincrescimento per il fatto che i loro padri uccisero decine di ebrei che lavoravano nella zona di Haifa, assassinarono i difensori di Gush Etzion dopo che si erano arresi, massacrarono 79 medici e paramedici di un convoglio sanitario diretto all’ospedale Hadassah sul Monte Scopus, uccisero 35 soldati che erano stati mandati in soccorso a Gush Etzion e fecero scempio dei loro corpi. I loro scritti non contengono la minima espressione di rammarico per questi e tanti altri crimini. Il rammarico è solo ed esclusivamente riservato al fatto di non aver potuto fare a tutti gli ebrei ciò che erano riusciti a fare solo ad alcuni di loro.
Nessun leader, nessuno storico, nessun filosofo o chierico arabo ha mai preso la parola per dire pubblicamente ai suoi – come hanno fatto gli intellettuali tedeschi, polacchi e olandesi (e come hanno fatto gli intellettuali ebrei riguardo al trattamento israeliano dei palestinesi) – che dovrebbero farsi un esame di coscienza; che dovrebbero cambiare la narrazione che viene predicata nelle moschee e insegnata nelle scuole arabe, grazie anche ai fondi dello stato d’Israele, secondo la quale il “disastro” derivò da un complotto ebraico incoraggiato dai colonialisti occidentali. Nessuno di loro definisce il gran mufti di Gerusalemme Haj Amin al-Husseini per quello che era: un assassino. Eppure questo fu l’uomo che, oltre alle stragi perpetrate ai suoi ordini durante la “rivolta araba” del 1936-39, abbracciò lo sforzo di Hitler per realizzare la “soluzione finale” sino al punto di inviare una brigata per aiutare la causa. I nomi dei leader europei che si allearono con Hitler sono diventati sinonimo di abiezione nei loro rispettivi paesi. Il mufti, al contrario, è diventato un eroe nazionale palestinese. Il grido “morte agli ebrei” che saliva dalla sua moschea si sente ancora oggi nelle strade arabe e palestinesi, e continua ad aizzare le masse.
Questo è ciò che commemorano, questa è la Nakba. Questo è ciò che professori e presidi delle Università di Tel Aviv e di Gerusalemme hanno lasciato che si celebrasse nei loro campus. Il significato del grido di battaglia “con il sangue e con il fuoco riscatteremo la Palestina”, urlato nei campus israeliani quando è stata issata la bandiera palestinese, è la diretta continuazione della linea di odio che discende dal mufti e dei suoi successori. E paradossalmente (ma non sorprendentemente) una parte dei “pacifisti” israeliani collabora nel promuovere questa linea.
Non è un messaggio di riconciliazione quello che esce dalle cerimonie della “giornata della Nakba”, nelle università o altrove. Piuttosto queste cerimonie alimentano la speranza che arrivi presto il giorno della vendetta e del castigo, e che gli ebrei, consumati dal senso di colpa, stiano gradualmente perdendo fiducia nella giustizia della loro causa. A quel punto, quando la volontà nazionale israeliana sarà atrofizzata, potrà iniziare la marcia per il “riscatto della Palestina”.

(Da: Ha’aretz, 17.2.12)

Nella foto in alto: “giornata della Nakba” - immancabile la rappresentazione grafica della volontà di “riscattare la Palestina” cancellando Israele dalla carta geografica




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17 maggio 2012

Ecco perché la soluzione a due stati “deve” fallire


Di Moshe Dann

La comunità internazionale non riesce a capire come mai non sortiscano risultati positivi tutte le sue pressioni per portare avanti un “processo di pace” che richiederebbe agli arabi palestinesi di rinunciare alla loro lotta contro lo stato ebraico. La risposta è che il conflitto non riguarda il territorio, bensì l’ideologia: cioè il palestinismo, che sta alla base della guerra che da circa cento anni viene condotta contro il sionismo e lo stato di Israele in quanto storica patria nazionale del popolo ebraico. Per gli arabi, per i palestinesi e per gran parte dei musulmani ciò fa parte di una più vasta jihad, una sorta di lotta permanente contro l’infedele. […] Se non si coglie questo concetto, è impossibile capire il palestinismo, la sua missione storica e i suoi leader. È questo concetto che spiega non solo perché “il processo di pace” fallisce, ma anche perché “deve” fallire.
Tutti gli sforzi per imporre uno stato palestinese (la soluzione “a due stati”) sono condannati a fallire per una semplice ragione: i palestinesi quello stato non lo vogliono. L’obiettivo primario del nazionalismo palestinese era ed è quello di cancellare lo stato d’Israele, di non permettere che esista. Qualunque forma di indipendenza palestinese che accetti di convivere con una sovranità israeliana su quella che loro ritengono terra musulmana rubata dagli ebrei è, per definizione, un’eresia. È un concetto enunciato molto chiaramente sia nella Carta fondamentale dell’Olp che in quella di Hamas. Il palestinismo non è un’identità nazionale, quanto piuttosto un costrutto politico sviluppato come parte di un aggressivo programma terroristico quando venne fondata l’Olp, nel 1964. Rappresentava un modo per distinguere fra arabi ed ebrei, e tra gli arabi che vivevano dentro Israele sin dal 1948 rispetto agli altri arabi. I termini “arabi palestinesi” o “arabi di Palestina” non sono invenzioni di colonialisti e stranieri: essi compaiono nei loro stessi documenti ufficiali. L’identità palestinese coincide con la lotta per “liberare la Palestina dai sionisti”, ed è diventata una causa internazionale che ha legato fra loro i musulmani nel quadro di una jihad con implicazioni molto più ampie: una sorta di rivoluzione islamica permanente.
Il palestinismo ha funzionato come alibi e giustificazione di questa jihad. Ma storicamente gli arabi che vivevano in Palestina consideravano se stessi parte della “grande nazione araba”, come emerge anche dai documenti dell’Olp. Si raccolsero attorno al mufti filo-nazista Haj Amin Hussein non per via di una loro identità nazionale, ma per odio verso gli ebrei. La loro lotta oggi non consiste nel conseguire l’indipendenza accanto a Israele, ma nel sostituire Israele con uno stato arabo musulmano.
Pertanto le proposte su “due stati”, con l’indipendenza palestinese come obiettivo territoriale, di fatto contraddicono il palestinismo, dal momento che ciò significherebbe la fine della loro lotta per sradicare Israele. Il che spiega come mai nessun leader palestinese accetterà di arrendersi alle richieste occidentali e sioniste, e come mai accettare un compromesso è considerato un anatema. Indipendenza (accanto a Israele) significherebbe negare il carattere di “nakba” (catastrofe) della nascita d’Israele nel 1948; significherebbe ammettere che tutto ciò per cui si è combattuto e tutti i sacrifici fatti sono stati vani. Significherebbe abbandonare (cioè, lasciare che si integrino altrove) cinque milioni di arabi che vivono in 58 “campi profughi” sponsorizzati dall’Unrwa in Giudea e Samaria (Cisgiordania), nella striscia di Gaza, in Libano, Siria e Giordania, e centinaia di migliaia di altri sparsi per il mondo: non sarebbero più considerati “profughi”, il che significherebbe la perdita di quel miliardo e passa di dollari che l’Unrwa riceve ogni anno. Indipendenza significherebbe abbandonare la “lotta armata”, vera chiave di volta dell’identità palestinese; significherebbe svelare che il concetto di palestinismo creato dall’Olp e accettato dall’Onu, dai mass-media e anche da vari politici israeliani, è una falsa identità con un falso scopo. Significherebbe che tutte le sofferenze patite per cancellare Israele sono state inutili.
L’indipendenza comporterebbe assumersi responsabilità e porre fine all’istigazione all’odio e alla violenza, fare i conti con fantasie come la “archeologia palestinese” o la “società e cultura palestinese”, richiederebbe di costruire un autentico nazionalismo, con istituzioni giuste e trasparenti.
Significherebbe anche, naturalmente, porre fine al conflitto, porre fine al terrorismo e all’istigazione, porre fine alla guerra civile fra laici e islamisti, fra tribù e clan, porre fine alla corruzione, all’arbitrio, all’illegalità e dare vita a un governo autenticamente democratico. Accettare Israele significherebbe la fine della Rivoluzione Palestinese: un tradimento in termini nazionali e un’eresia in termini islamici. In questo contesto, per i palestinesi e per gran parte dei musulmani il “processo di pace” non è che una metafora della sconfitta.

(Da: YnetNews, 1.5.12)

Mell’immagine in alto: tutta la pubblicistica palestinese conferma regolarmente che “l’identità palestinese coincide con la lotta per liberare la Palestina dai sionisti” e che “l’obiettivo primario del nazionalismo palestinese è quello di cancellare lo stato d’Israele: non conseguire l’indipendenza accanto a Israele, ma sostituire Israele con uno stato arabo musulmano".




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16 maggio 2012

Il vero problema dei profughi palestinesi

Di Clifford D. May

Poco dopo la seconda guerra mondiale gli inglesi abbandonarono l’India, che era stata divisa in due nazioni indipendenti: una a maggioranza hindu, l’altra a maggioranza musulmana. Più di sette milioni di musulmani sfollarono verso il territorio che sarebbe diventato il Pakistan; un numero analogo di hindu e sikh sfollò verso l’India. Oggi non c'è uno solo di quei musulmani, sikh e hindu che sia ancora nella condizione di profugo.
Poco dopo la seconda guerra mondiale gli inglesi abbandonarono la Palestina, che era stata divisa in due nazioni indipendenti: una a maggioranza ebraica, l’altra a maggioranza musulmana. Circa 750.000 musulmani lasciarono il territorio che sarebbe diventato Israele; un numero analogo di ebrei lasciò le terre arabo-musulmane. Oggi non c'è uno solo di quegli ebrei che sia ancora nella condizione di profugo. Viceversa, vi sono ancora i profughi palestinesi. Anzi, il loro numero si è moltiplicato per cinque. Come è possibile?
Attraverso due meccanismi. Innanzitutto un profugo è, per definizione, una persona che vive su suolo straniero, ma non nel caso dei palestinesi per i quali la definizione di profugo è stata allargata fino a comprendere anche i palestinesi sfollati all’interno del territorio palestinese. In secondo luogo, l’ente internazionale responsabile del reinserimento dei profughi, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, è stato tagliato fuori sin dall’inizio mentre veniva appositamente creato un nuovo ente, l’Unrwa (United Nations Relief and Works Agency), esclusivamente destinato ai profughi palestinesi. Nel 1950 l’Unrwa definiva “profugo palestinese” chiunque avesse “perduto la sua casa e i suoi mezzi di sussistenza” durante la guerra lanciata dai paesi arabo-musulmani come reazione alla dichiarazione d’indipendenza d’Israele. Quindici anni dopo l’Unrwa decideva – contro il parere degli Stati Uniti – di considerare “profughi” anche i figli, i nipoti e i pronipoti di coloro che avevano lasciato il territorio israeliano. E nel 1982 l’Unrwa estendeva ulteriormente la definizione sino a coprire tutte le generazioni successive. Per sempre.
In base alle regole dell’Unrwa, il discendente di un profugo palestinese rimane “profugo palestinese” anche se acquisisce la cittadinanza di un altro paese. Ad esempio, dei due milioni di profughi palestinesi ufficialmente registrati in Giordania, tutti tranne 167.000 posseggono la cittadinanza giordana (in effetti, circa l’80% della popolazione giordana è palestinese, cosa che non sorprende dal momento che la Giordania stessa occupa più di tre quarti del territorio storicamente denominato Palestina). Adottando questa politica, l’Unrwa viola in modo flagrante la Convenzione del 1951 relativa allo status di profugo, la quale afferma chiaramente che una persona cessa di essere considerata profugo se “ha acquisito una nuova cittadinanza e gode della protezione del paese della sua nuova cittadinanza”.
Ma il programma dell’Unrwa è quello di far crescere all’infinito, anziché ridurre, la popolazione profuga palestinese. Secondo le proiezioni dell’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati, nel 2030 l’elenco ufficiale Unrwa dei profughi palestinesi arriverà a 8 milioni e mezzo. Nel 2060 il numero di profughi palestinesi sarà 25 volte quello dei profughi Unrwa del 1950, anche se verosimilmente non uno di quelli che effettivamente lasciarono Israele sarà ancora in vita.
Chiunque può capire cosa significherebbe se a tutti questi “profughi” venisse effettivamente riconosciuto il “diritto” al “ritorno” in Israele. “Sul numero dei profughi – ha affermato il 24 marzo 2009 lo stesso presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) – è illogico chiedere a Israele di prendersene cinque milioni, o anche solo un milione, perché significherebbe la fine di Israele”.
Ma naturalmente, proprio questo è l’obiettivo. I discendenti di coloro che sfollarono più di sessant’anni fa, quando venne respinta la prima offerta di quella che poi ci saremmo abituati a chiamare la “soluzione a due stati”, vengono usati come pedine per impedire la soluzione a due stati: adesso e in futuro. Accrescendo continuamente in modo abnorme e artificiale il numero dei profughi, mantenendo questa popolazione in condizioni di povertà, dipendenza e rabbia, lasciando intendere che il “diritto al ritorno” verrà preteso e ottenuto da qualche leader palestinese, l’Unrwa aiuta concretamente gli estremisti ad impedire la pace e a continuare la guerra per l’annientamento di Israele. E, paradossalmente, questa politica contro la pace viene in gran parte finanziata dai paesi occidentali, e in particolare dagli Stati Uniti che sono sempre stati il maggiore contribuente dell’Unrwa alla quale, dal 1950, hanno versato circa 4,4 miliardi di dollari.
Alcuni membri del Congresso hanno capito cosa sta succedendo e intendono fare qualcosa. Il senatore Mark Kirk (repubblicano, dell’Illinois) sta lavorando a un emendamento del disegno di legge sui finanziamenti all’estero per l’anno fiscale 2013 che stabilirebbe per la prima volta come politica degli Stati Uniti quella di definire “profugo palestinese” solo un vero profugo palestinese e non un suo figlio, nipote o pronipote, e nemmeno chi si fosse reinserito acquisendo la cittadinanza di un altro paese. L’emendamento Kirk richiederebbe al Segretario di stato di riferire al Congresso quanti palestinesi che usufruiscono dei servizi Unrwa corrispondano effettivamente alla definizione di profugo internazionalmente riconosciuta. Anche Howard Berman (democratico, della California), autorevole membro della commissione affari esteri della Camera dei Rappresentanti, sta studiando delle proposte di legge su questo tema volte a garantire perlomeno che i discendenti dei profughi siano catalogati come tali e cioè, con inconsueta chiarezza, non come profughi bensì appunto come “discendenti di profughi”. Costoro potrebbero continuare ad accedere ai servizi dell’Unrwa, ma come “cittadini dell’Autorità Palestinese”, che possono aspirare a diventare cittadini di uno stato palestinese se e quando i palestinesi arriveranno alla conclusione che istituire uno stato palestinese vale il prezzo da pagare: la rinuncia al sogno di distruggere lo stato ebraico.
Purtroppo sono ancora troppo pochi i palestinesi giunti a questa conclusione. Se il Congresso riuscisse a imporre un colpo di freno all’Unrwa, forse altri si aggiungerebbero.

(Da: Israel Hayom, 10.5.12)

Nell’immagine in alto: la pubblicistica e la propaganda palestinesi raffigurano costantemente ed esplicitamente il “diritto al ritorno” come la cancellazione di Israele dalla carta geografica.




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11 maggio 2012

Israele non è 'legittimato' dalla Shoà

 
Di Einat Wilf

Vi sono coloro – troppi – che pensano che senza la Shoà non esisterebbe Israele. La maggior parte di costoro lo pensa in buona fede. Lo stesso presidente americano Barack Obama, nel suo “discorso al Cairo” del 4 giugno 2009 disse che “il riconoscimento delle aspirazioni degli ebrei a un focolare nazionale è radicato in una tragedia storica che non può essere negata”.
Il presidente americano voleva prendere posizione contro il negazionismo parlando proprio in una capitale del mondo arabo. Ma non ha capito che, ribadendo l’azzardata equazione che lega la nascita di Israele alla Shoà, avrebbe solo riattizzato la motivazione a negare la Shoà da parte di coloro che continuano a sostenere, come hanno sempre fatto, che Israele non sarebbe uno Stato legittimo.
La negazione della Shoà, la sua minimizzazione (“sei milioni è una cifra esagerata”), la sua equiparazione (“esistono altri genocidi e pulizie etniche, la Shoà non è diversa”), il suo ribaltamento (“ciò che i nazisti hanno fatto agli ebrei è ciò che gli ebrei fanno ad altri”), la sua marginalizzazione (“anche tanti altri sono stati uccisi durante la guerra”) o ancora la Shoà per “associazione” (“i palestinesi sono le vittime collaterali della Shoà”) sono tutte facce differenti del medesimo tentativo di privare Israele di quella che sembra essere la sua più forte e inconfutabile fonte di legittimità.
La bufala secondo cui i palestinesi sarebbero le “vittime di riflesso dei crimini commessi in Europa” è forse la più pericolosa di queste menzogne perché può apparire del tutto logica a un orecchio non avveduto. Secondo questa favola, dopo la seconda guerra mondiale, quando divenne chiaro che la soluzione finale non era stata finale e che gli ebrei sopravvissuti non erano ben accetti in Europa, gli europei avrebbero deciso di “scaricare” i “loro” ebrei addosso agli arabi indifesi che vivevano nei paesi sotto il controllo dell’Europa colonialista. Questa soluzione, comoda per l’Europa, avrebbe portato allo sfollamento di centinaia di migliaia di arabi palestinesi che si sarebbero ritrovati da allora senza terra e sotto occupazione.
Ma non è vero che Israele esiste perché ad un tratto gli europei avrebbero deciso di riversare i loro ebrei in un Medio Oriente colonizzato. Israele esiste perché gli ebrei hanno ardentemente voluto e costruito la sua esistenza ben prima della Shoà. Il moderno Stato d’Israele esiste perché gli ebrei che l’hanno creato si sentivano i discendenti degli israeliti e dei giudei che furono sovrani in questa terra nei tempi antichi, e hanno pagato un prezzo altissimo per preservare la propria esistenza come popolo. Il moderno Stato d’Israele esiste perché per secoli, per millenni, gli ebrei hanno tenuto in vita l’aspirazione alla Terra d’Israele terminando il Seder di Pessah (il rito pasquale) con l’augurio: “l’anno prossimo a Gerusalemme”. Il moderno Stato d’Israele esiste grazie alla visione di pensatori e leader ebrei che seppero capire come gli sconvolgimenti in corso tra la fine del XIX e la prima metà del XX secolo offrissero la possibilità di trasformare la speranza messianica del ritorno in Terra d’Israele in un progetto politico concreto, e furono capaci di mobilitare simpatie e sostegno attorno al loro progetto.
Israele ha visto la luce dopo la seconda guerra mondiale non “grazie” alla Shoà, ma grazie alla dissoluzione dell’Impero Britannico. Esattamente come India e Pakistan sono arrivati all’indipendenza in quegli stessi anni senza nessuna Shoà, lo stesso sarebbe accaduto per Israele. Pensare che solo quel “male assoluto” contro gli ebrei avrebbe potuto conferire legittimità a uno Stato per gli ebrei equivale a negare agli ebrei ciò che viene normalmente riconosciuto a tutti gli altri.
Prima o poi il popolo ebraico avrebbe creato il proprio Stato, sull’onda della liberazione dei popoli in tutto il mondo. La sua visione, la sua determinazione, il suo lavoro e la sua volontà di battersi per il proprio Stato avrebbero garantito comunque il risultato. Presentare Israele come frutto della Shoà significa negare il sionismo, il che significa sottrarre agli ebrei la loro solidarietà, la loro storia, i loro legami storici con la Terra d’Israele e il loro desiderio di ristabilirvi la propria indipendenza. Il che significa cancellare tutto ciò che è stato scritto, fatto e realizzato dal sionismo prima della seconda guerra mondiale. Il tutto per fare d’Israele una sorta di progetto coloniale scaturito dal senso di colpa degli europei, invece di quello che è realmente: il progetto di liberazione nazionale di un popolo autoctono che reclama l’indipendenza sulla propria terra natale.
Quando commemora la Shoà, Israele non piange soltanto ciò che è stato, ed è perduto. Piange anche la più grande tragedia, la più grande sconfitta del sionismo. Nessun israeliano si sogna di “rallegrarsi” della Shoà come d’una fonte di legittimità del suo Stato. Gli israeliani piangono la visione di uno Stato che avrebbe potuto essere la casa di tantissimi altri, ormai irrimediabilmente scomparsi.
“Mai più”, si proclama dopo la Shoà. Non è per via della Shoà che il sionismo ha voluto uno Stato per gli ebrei. Ma è grazie al fatto che questo Stato oggi esiste che la Shoà non avverrà mai più.

(Da: Israël-Infos, 20.4.2012)

Nella foto: Einat Wilf, autrice di questo articolo, è capogruppo alla Knesset di Ha'atzmaut (Indipendenza, la formazione che fa capo a Ehud Barak) e presidente della Commissione parlamentare per le relazioni con le comunità ebraiche nella Diaspora




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27 gennaio 2011

La memoria

La Memoria  di quei sei milioni deve servire anche a questo, a stare a testa alta e dire Basta, non ci ammazzerete piu'.

Basta a chi brucia le bandiere, Basta a chi tace di fronte alle minacce di sterminio di Ahmadinejad, Basta a chi calunnia e demonizza Israele, unica nazione al mondo minacciata nella sua esistenza!
Non lo vogliamo piu'. 
Hanno divorato 6 milioni, non sono ancora sazi ma noi abbiamo raggiunto il limite, oggi abbiamo un esercito che ci difende, benedetto sia.
Niente piu' Inquisizione, niente piu' Auschwitz, niente piu' Babi Yar, fosse comuni, Bergen Belsen, Treblinka. 
Basta terrorismo in casa nostra. Basta stragi di ebrei.
Oggi ci difendiamo.
 
Shema' Israel. 
 
Deborah Fait




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3 gennaio 2011

I liberalissimi

 

Esiste un dibattito di grande ispirazione liberale, contrario a instaurare forme di censura o atti repressivi verso l’opinione antisemita, cioè verso la libertà di pensare, per fare un esempio qualsiasi, che gli ebrei hanno la coda e ci giocano a golf. Si dice liberalissimamente che le azioni volte a censurare il pensiero non favoriscano l’evoluzione del pensiero. Forse è vero. Ma non c’è un liberalissimo che dica qualcosa se la Fiom propone di costringere un omologo sindacato a uniformarsi alle posizioni dei sindacati europei, boicottando la nazione dove quel sindacato opera – Israele. Certo, se voglio costringere un’organizzazione a pensarla come la mia organizzazione, è arduo trovare una qualche evoluzione del pensiero. Si trova solamente che gli operai israeliani devono lottare per far morire di fame le proprie famiglie. E che l’antisemitismo è ciò che resta del socialismo.

Il Tizio della Sera




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2 dicembre 2010

Aria

 

 Dal viceministro per l’informazione dell’Autorità Palestinese, Al-Mutawakil Taha, giunge l’utile informazione che il Muro Occidentale, superficialmente chiamato per secoli Muro del Pianto, non è ebraico. E’ meramente induttivo che Gerusalemme non è ebraica, né sono ebraiche Tel Aviv e Haifa; come è fluidamente chiaro che il deserto del Negev non è ebraico, pur essendo deserto e quindi una concessione che poco impegna. Andando di seguito e spicciandoci, non è effettualmente ebraica la lingua ebraica, e non possono costituirsi come ebraici i titoli letterari che seguono e che riportiamo in lingua non ebraica per restaurare un minimo di chiarezza: il Genesi, il Patto di Abramo con il Creatore, subdolamente chiamato con nome ebraico. Non sono ebrei Isacco e Giacobbe. E Giuseppe, è inutile sottolinearlo, non è certo un nome ebraico, se no lo è anche Roberto. Non sono ebraici, non scherziamo, il Levitico, il Deuteronomio, le leggi che vi sono contenute, e i Comandamenti non se ne parla (NdA: i Comandamenti sono probabilmente turchi) . E figuriamoci se sono ebraici i Re, i Giudici, i Profeti, ebraiche le Haftarot, ebraici il Talmud, la Mishnà, e a proposito, i Proverbi. I Salmi poi sono tipicamente non ebraici. Ne segue, ed è assiomatico, che gli ebrei insediati nel territorio chiamato con espressione ebraicizzante Israel, così come i loro consanguinei sul pianeta, non costituiscono ad alcun titolo soggetto giuridico e non possono detenere una proprietà ebraica, essendo nell’insieme un soggetto sia a-storico che a-utistico. E dunque, e men che meno, gli ebrei sono o possono definirsi ebrei, posto che non esiste una reale ebraicità: essa è una mera rappresentazione onirica e questa gente dovrebbe curarsi in massa. Gli ebrei sono senza terra, sono senza lingua e sono senza sé. Per questo non si sono mai accorti di non esistere. Non esistono. Siamo un’altra volta uomini d’aria.

Il Tizio della Sera




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2 novembre 2010

Davar Acher - Popolo, religione, fedeltà

C’è un tratto comune fra le recenti polemiche contro l’introduzione nella legislazione israeliana di un giuramento di fedeltà per i nuovi cittadini allo “stato ebraico e democratico” e il brutto libro di Shlomo Sand la cui traduzione italiana ha avuto nelle settimane scorse un forte lancio pubblicitario. Il tratto è esplicitato dal titolo del libro di Sand: “L’invenzione del popolo ebraico”. Chi ha polemizzato contro la nuova legge sul giuramento o sull’equivalente richiesta di riconoscimento nelle trattative coi palestinesi di Israele come stato ebraico, ha argomentato che non fosse democratico imporre a tutti i cittadini un’adesione religiosa. Perché il giuramento secondo loro avrebbe imposto questo, una scelta religiosa. L’ha fatto ovviamente l’autorità palestinese, l’hanno fatto i vescovi del famigerato sinodo appena concluso e l’hanno fatto anche alcuni ebrei, fra cui, si parva licet…, Tobia Zevi in una opinione pubblicata su questo sito.
L’idea comune a tutte questa posizioni è che la definizione di qualcosa come “ebraico” sia una qualificazione essenzialmente religiosa. Per dirla con la quarta di copertina del libro di Sand, “forse l’ebraismo è soltanto un’affascinante religione”. Lasciamo stare il “forse” che è farina del sacco dell’editore, Sand ne è sicuro; ignoriamo anche l’adulazione sul “fascino” dell’ebraismo, che non è seria. Resta l’affermazione centrale per Sand e i cosiddetti “postsionisti” che l’ebraismo è “soltanto” una religione – cioè niente per loro che non credono. Nessuno nega che l’ebraismo sia una religione, ci mancherebbe. Ma “soltanto” vuol dire soprattutto che non è anche altro, cioè che non è un popolo o una nazione. E una religione, per la sua definizione moderna, che si modella sul cristianesimo, in particolare su quello protestante, non ha e non deve avere diritto a governare una terra.
Sand ragiona da un lato accumulando ragionamenti più o meno bizzarri per dimostrare che le nazioni non esistono, che sono un’invenzione capitalistica dell’Ottocento al fine di manipolare le masse, cita per questo Stalin (con qualche critica minore ma sostanziale rispetto) oltre ad alcuni storici sociologi e antropologi ancor più ideologici di lui, se fosse possibile. Non ci sono le nazioni (non ci “devono” essere per il politically correct, come ha spiegato di recente su “Repubblica” Ulrich Beck, e secondo lui l’Unione Europea ha il merito di depotenziarle). A maggior ragione non deve esserci quella ebraica, come ha scritto anche qualche giorno fa un altro critico dell’idea di uno stato ebraico e democratico, Gad Lerner). Anche in questo la battaglia per Israele è una battaglia per l’Europa, sostiene Lerner: se il patriottismo ebraico non fosse sconfitto, rischierebbe di fallire l’operazione di denazionalizzazione dell’Europa, che è uno dei cardini della correttezza politica nel nostro continente.
In seguito Sand intesse un improbabile romanzo storico indiziario intorno al tema delle conversioni di massa all’ebraismo come quella dei Kuzari mille anni fa, da cui si dedurrebbe che gli ebrei attuali non sarebbero i discendenti di quelli biblici, anzi che i veri pronipoti dei patriarchi sarebbero i palestinesi: inversione tipica dell’odio di sé: noi non siamo nulla, i veri ebrei sono gli altri. Gli storici seri hanno stroncato la tesi di Sand, perfino la biologia mostra che esistono dei marcatori genetici che confermano la parentela degli ebrei di tutto il mondo al di là della dispersione.
Ma la tesi dell’inesistenza del popolo ebraico è troppo bella per essere abbandonata dal politically correct. Farebbe della creazione di Israele un’operazione coloniale o un risarcimento eccessivo e ingiusto per la Shoà, proprio come dicono gli arabi. Eliminerebbe la nozione di popolo eletto e la continuità dell’ebraismo con la vicenda biblica, proprio come vorrebbero vescovi come Williamson (il lefebvriano all’estrema destra della Chiesa) e Bustros e Sabah (i vescovi arabi che piacciono all’estrema sinistra). Permetterebbe perfino di eliminare il concetto di genocidio (senza un ghenos…) e di assimilarlo a una qualunque repressione ideologica di una corrente nemica al potere. Giustificherebbe la tradizione antigiudaica della Chiesa, che in fondo avrebbe sempre avuto a che fare con dei finti ebrei, dei giudeizzanti, degli eretici qualunque, da reprimere come tutti ad maiorem Dei gloriam. Spiegherebbe perché i progressisti di tutto il mondo devono giustamente diffidare di uno stato teocratico e di una finta nazione. Insomma, sarebbe un affarone per tutti. Salvo che per gli ebrei, naturalmente.
Eppure non è così. L’appartenenza all’ebraismo, non è solo religione, ma popolo e nazione. Tobia Zevi, che notoriamente viene da una famiglia piuttosto laica dovrebbe poterlo testimoniare personalmente, anche se la sua ideologia gli fa velo. Metà dell’ebraismo mondiale e forse più, soprattutto in Israele è pochissimo sensibile a faccende religiose. Il Tanach ci testimonia abbondantemente che il popolo ebraico nella storia ha spesso tradito la sua religione: pagandone il prezzo terribile, secondo la teologica politica biblica, ma restando comunque ebraico. La stessa narrazione della Torah ci mostra la rivelazione del Sinai come posteriore alla costituzione delle istituzioni politiche del popolo uscito dall’Egitto (i capi di dieci, di cento e di mille, suggeriti fra l’altro da uno straniero, Itrò). L’istituzione del regno contro il volere divino è un altro momento delle Scritture che attesta della coscienza antica di una duplicità fra religione e nazione. Insomma non solo nel disincanto religioso contemporaneo, ma nella stessa nostra tradizione religiosa risulta che l’ebraismo non è semplicemente una religione, ma una nazione e un popolo; e che di conseguenza non è affatto contraddittoria l’idea di uno stato ebraico e democratico e di conseguenza laico. Chi lo nega, anche all’interno dell’ebraismo come Zevi e Lerner, subisce semplicemente e riproduce l’egemonia della propaganda anti-israeliana.

Ugo Volli




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